A volte la storia di un nome racconta molto più di quanto un semplice resoconto potrebbe, saprebbe mai dire. Ed è da qui che vogliamo partire.
“Autoritratti”, prima di essere il nome del progetto che Stefano Ferrara sta portando avanti nella comunità di neuropsichiatria infantile Antenna Beolchi di Lampugnano, gestita dalla Cooperativa Sociale Borea con il supporto di Borea, è anzitutto un libro. Un libro ed il suo autore – “Autoritratti”, appunto, curato da Tommaso Spazzini Villa ed edito da Quodlibet nel 2024.
Un libro che ha offerto lo spunto, l’idea, il metodo, l’intenzione e che, senza il confronto diretto con il suo autore, non avrebbe saputo reggere l’impatto con la realtà. Perché un conto è pensare un progetto educativo di arte partecipativa – idealmente, pedagogicamente, utopisticamente. Un altro conto è accorgersi che le idee, spesso, devono fare i conti con una quotidianità più ruvida, fatta di tanti “no”, di bisogni, resistenze, di
desideri che vanno saputi ascoltare, tradurre, accogliere, alimentare e, a volte, controbilanciare

Nel 2018 Tommaso Spazzini Villa ha coinvolto 361 detenuti di diverse carceri italiane in un progetto di arte partecipativa. Quello che ha fatto è stato affidare ad ognuno di loro una pagina dell’Odissea, con una sola richiesta: sottolineare, se avessero voluto, all’interno del testo, delle parole, cercando di mettere in luce brevi frasi di senso compiuto.
Il risultato è un volume, intitolato, appunto, Autoritratti, in cui, ripercorrendo questo primo strato di testo (l’intera Odissea), diventa possibile vedere emergere, in controluce, questo secondo livello, che dà voce all’inconscio e al vissuto di ogni partecipante. Ne risultano degli
autoritratti anonimi fatti di sottolineature e silenzi, in uno scambio di sguardi incrociati tra il testo ed il lettore.
Ed ecco, allora, l’idea ed il progetto: partire da questa stessa esperienza, mantenendo inalterato l’intento fondamentale, ma con una finalità diversa, ovvero arrivare a dei piccoli autoritratti, non, tuttavia, per chiudere l’esperienza, ma per aprirla e dare la possibilità al conduttore di entrare in contatto con i ragazzi e le ragazze in maniera diversa, trasversale, non scolastica e, soprattutto, lontana da qualsiasi sospetto clinico-terapeutico.
L’operazione artistica, mantenendo la sua veste di gioco, ha dato (e dà) ai partecipanti la tranquillità di lasciarsi andare, senza il timore di sentirsi esaminati e dover magari dire “la cosa giusta”.
Ogni eventuale provocazione, silenzio, gesto “fuori dai margini” è stato e viene accolto come l’indice del modo in cui quel ragazzo o quella ragazza ha voluto farsi riconoscere, nominare – ed è stato, dunque, considerato comunque un autoritratto.

In fondo, il progetto è un modo per costruire un percorso che i ragazzi e le ragazze della comunità non percepiscano come “un’attività”, un modo per riempire il tempo – “collaterale”, “accessorio” –, ma come un campo di possibilità, esperienza, uno strumento che possa essere loro veramente d’aiuto.
Nel concreto, a partire dalla fine di settembre, i ragazzi hanno potuto, ad esempio:
Ma non è sempre facile: a volte i ragazzi hanno opposto resistenza a qualsiasi proposta che risultasse loro “tempo rubato alla vita”.
Criticità che si riesce ad affrontare solo quando si mette a tema il senso stesso della proposta, rispettando a volte la loro scelta di mettersi da parte.
“Autoritratti”, dunque: questa la sua genesi, il suo sviluppo, il suo presente.
Il laboratorio “Autoritratti” è stato realizzato nell’ambito del progetto “Ri-generazioni” di Eni Foundation.




